Ultimi 10 minuti

Storie di ordinaria follia
 

Dieci inesorabili minuti

prima del nulla

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20 Marzo 2003, ore 3.40, Baghdad. Magdi è nella propria stanza. Ha gli occhi fissi sull’orologio, sa che tra dieci minuti scadrà l’ultimatum che un certo Presidente Bush ha dichiarato al suo Paese. Un lampo gli attraversa la mente ed un’angosciosa domanda gli rimbomba nelle orecchie: “E se tra 10 minuti un missile colpisse la mia casa ed io morissi sotto le macerie? ”. Si precipita alla finestra ed alza gli occhi al cielo. La città è tutta illuminata, troppo. Non riesce a vedere le stelle. Fuori, nelle strade, tutto tace; ma è un silenzio surreale, metafisico. Sente il ticchettìo delle lancette che inesorabilmente si sussegue. Riflette sul senso della propria vita, cerca di ricordare i momenti più felici trascorsi in 21 anni di esistenza. Nei meandri della memoria va alla ricerca di tutti quei volti, quelle voci suadenti, quei profumi inebrianti dell’infanzia. Proietta tutto se stesso in una dimensione lontana e quando sta per lasciarsi andare al sonno il suo sguardo si riposa sull’orologio. Si rende conto che rimangono 5 minuti. Come chi si sveglia di soprassalto, ritorna celermente nella realtà della propria stanza e fruga nervosamente nel cassetto della scrivania. Trova carta e penna e comincia a scrivere. La calligrafia è frettolosa, le parole ricalcate, le frasi sconnesse. Se ne rende conto ma non gli importa, vuole continuare a scrivere fino all’ultimo. Queste le parole che macchiano d’inchiostro nero quel foglio bianco: “Non voglio morire ma se questo accadrà avrei preferito andarmene per qualcosa in cui credevo. La mia colpa è stata quella di esser nato e cresciuto in un Paese sbagliato. L’uomo uccide i propri simili. Quale Dio può permettere ciò? La chiamano guerra giusta, ma è una giustizia umana e per questo imperfetta e debole. E quel che resta ad uno come me è guardare questo cielo e attendere. Illudermi che questo sia un brutto sogno e sperare di rinascere in un mondo più giusto”.

Ore 3.40 portaerei Kennedy, Golfo Persico. L’ufficiale Michael Stewart si sta alzando in volo con il suo caccia. Tra dieci minuti sorvolerà i cieli di Baghdad e dovrà affrontare i colpi della contraerea. Continua a pilotare il velivolo assorto nei suoi pensieri. Combatte un conflitto che non comprende appieno, ma è il suo lavoro. Come svegliarsi alle 7.00 la mattina e raggiungere l’ufficio, con il rischio però di non tornare a casa. Ripensa a poche settimane prima: “Mamma, papà vado a fare la guerra”. Non è pentito della propria scelta, ma adesso che l’ora “x” si avvicina si sente attraversare da un brivido che gli scuote tutto il corpo. Cosa ci sarà oltre quel buio e che forma assume l’orizzonte se osservato attraverso l’occhio umano e non grazie al display del radar? Colpirà un obiettivo militare, ma se accidentalmente dovesse sbagliare? Avrà il tempo di chieder perdono o, distraendosi, cadrà sotto il fuoco nemico? E mentre i dubbi lo assillano una schiarita. Sono le luci della città. Il cronometro segna le 3.51. L’ultimatum è scaduto. Lancia il primo missile. Un boato, poi il fumo. Magdi assiste inerme alla scena, è terrorizzato. Il secondo missile centra la sua stanza. L’aereo che lo ha sganciato, quello dell’ufficiale Stewart, esplode un istante dopo.

Sono trascorsi 10 minuti.

Il resto è silenzio.

L’ultima spiaggia

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E’ il 15 Agosto.

Il giorno che per eccellenza rappresenta l’estate.

Dopo la giornata trascorsa in mezzo ad immense tavolate di parenti ed amici, la notte è dedicata alla tradizione più comune tra i giovani: il falò.

Messina, per la sua posizione geografica e la sua morfologia, offre due litorali eccellenti per organizzare i fuochi di mezzanotte. Ma da qualche anno, sul versante tirrenico, uno solo è l’unico, l’imperdibile, il vero falò di ferragosto: quello di Casa Bianca.

Molto tempo fa era solo l’appuntamento di un gruppo di venti persone che raccoglievano la legna, dividevano le spese per focaccia e bibite, si mettevano d’accordo su chi dovesse portare la chitarra e trascorrevano la notte sulle note di Lucio Battisti.

Sarà stato un caso, o un passaparola particolarmente ben riuscito, fatto sta che quei venti ragazzi si sono moltiplicati di anno in anno sino a diventare, l’appena trascorso 15 Agosto, ben cinquemila giovani.

No, non è un errore di battitura avete ben capito: cinquemila persone.

Il falò di Casa Bianca è divenuto così il grande evento dell’estate.

Gli organizzatori sono una miriade e la raccolta della legna inizia alla fine di Luglio.

Viene costruita una pedana, chiamato un dj di grido, tirato su un capannone-bar, eretta una magnifica scritta di legno alla base di una zattera, con fiaccole e lumi che alla mezzanotte in punto viene accesa e lanciata verso il mare.

Sì, è uno spettacolo bellissimo, ma quest’anno qualcosa è andato storto.

La strada statale 113 è una strada a doppia corsia larga non più di 12 metri. La costeggiano diverse abitazioni da ambo i lati con strade private che portano a grandi complessi. Ed è proprio da una strada così che si scende per raggiungere la spiaggia ed il falò.

Ebbene la sera del 15 vi erano macchine parcheggiate da Mortelle fino a Tono (dal km 13 al Km 17), da ambo i lati della carreggiata. Stiamo parlando di 4 Km di strada ristretta dalle macchine in sosta e quasi impercorribile da veicoli in entrambi i sensi di marcia.

All’ 1.30 vi era una fila di auto lunga due chilometri, che si muovevano a passo d’uomo, incastrate dalle macchine parcheggiate. Se qualcuno si fosse sentito male l’autoambulanza non avrebbe potuto percorrere il tragitto in tempi brevi.

Tralasciando poi i numerosi cancelli delle abitazioni e dei complessi privati, bloccati o forzati per parcheggiare le auto.

Per tutta la notte gruppi di venti-trenta ragazzi camminavano lungo la strada per trovare la distante discesa che dalla strada portava in spiaggia. Avevano con sé borse-frigo e buste piene di bibite alcoliche che cominciavano a bere ancor prima di raggiungere il falò.

Ma la scena più grottesca si è verificata quando alle 00.30 si è deciso di accendere il fuoco. Il ritardo era dovuto al forte vento, maestrale, che soffiava alzando granelli di sabbia e rendendo il mare molto agitato.

Dinanzi però a 5000 persone che non attendevano altro che il fuoco, ci si è convinti ad accenderlo.

Infuocare una pila di legna alta tre metri con quel vento e con tutte quelle persone intorno costituisce un pericolo già solo al pensiero. Appena acceso il fuoco, il vento forte che soffiava da sud-est ha costretto la marea di gente sita nel lato verso cui arrivavano fiamme e lapilli a spostarsi dall’altra parte della spiaggia rendendo di fatto soffocante il sostare sdraiati, con il pericolo di essere pestati al buio.

Andando avanti con il racconto, il falò è durato cinque-dieci minuti al massimo. Il forte vento ha bruciato la legna in men che non si dica.

Una cosa era certa. Si continuava a bere, a fumare tabacco, forse erba e chissà cos’altro passava tra quella folla di ragazzi che “stonati” dal vento, dalla musica, dall’alcol e dal fumo, rendendosi conto che il falò si stava per spegnere sono corsi in acqua per farsi il bagno.

Con le parole è difficile descrivere una scena del genere: era buio, la luna quasi assente, il falò praticamente spento e circa cinquemila persone si tuffavano prendendo la rincorsa, nel mare con onde alte e ignari del fondale, che è pericoloso in alcuni punti per la presenza di grossi scogli ricoperti dall’acqua. Se avete visto il film “Titanic” potreste farvi un’idea di tutte quelle persone che annaspavano nell’acqua, illuminate da un soffio di luce che rendeva visibili solo una miriade di teste che si agitavano vorticosamente.

Se qualcuno avesse avuto un malore, o avesse perso il senso dell’orientamento, cosa molto probabile nel mare di notte, sarebbe potuto rimanerci per sempre. Voci indiscrete parlano di un ragazzo ustionato gravemente, incidenti e tamponamenti di lieve entità durante tutta la notte, cancelli distrutti per cercare un parcheggio, macchine di residenti graffiate ed ammaccate.

L’indomani a mezzogiorno, esattamente 12 ore dopo, la spiaggia si presentava come una devastazione.

Bottiglie vuote dovunque, buste di plastica, carte di ogni genere, pacchetti di sigarette, profilattici usati e…il resto lo lasciamo alla vostra immaginazione.

Gli organizzatori hanno prontamente cercato di ripulire tutto, celerissimi, forse più per la paura di ricevere qualche denuncia che animati da puro anelito di educazione civica. Si è saputo che una pattuglia forte di 4 carabinieri (sic) aveva fatto un sopralluogo durante la notte ma, realizzando la propria impotenza numerica dinanzi ad una folla di cinquemila anime si è attenuta ad una presa d’atto puramente formale.

E’ davvero questo il modo di divertirsi? Dov’è finito lo spirito dei falò di una volta? C’è bisogno di “stonarsi” per provare piacere a stare insieme? Vi scrive una ragazza di vent’anni, per niente moralista ed incredibilmente nostalgica dei tempi descritti in film come “Sapore di mare”, quando tutto era una novità, una conquista ed il soffio vitale della gioventù era ben diverso da quello di oggi.

Tempi che purtroppo non ci apparterranno mai più. Quando ancora il motto “se non ci sei, non sei nessuno” non era così omologante in negativo come adesso.

Siamo davvero giunti all’ “ultima spiaggia”

A spasso…

“Io e mia moglie siamo disoccupati. Abbiamo due figli da csciopero.jpgrescere e non abbiamo soldi per farlo come vorremmo. Il più grande frequenta la prima media, studia la Storia ed alcune volte mi chiede se questo in cui viviamo è un mondo migliore. Gli rispondo di sì, perché la sua speranza mi da forza. Non posso certamente dirgli che questo non è un mondo che riserva a tutti gli stessi privilegi e che suo padre urla disperato contro il vento per cercare di portare a tavola ogni giorno un pranzo dignitoso”

Quando ho udito queste parole ero di fronte al Comune, durante una protesta di lavoratori che hanno perduto il posto e chiedono risposte. E mentre cercavo la famosa “notizia”, un episodio che potesse attirare l’attenzione del lettore e creare un’opinione, mi sono resa conto di esser davanti a qualcosa di molto più grande: la disperazione di un essere umano.

Per condurre quest’inchiesta, ho intervistato i rappresentati dei maggiori sindacati preoccupati dinanzi a questa allarmante crescita disoccupazionale ; ho ascoltato pareri, proposte e giuste pretese, ma, più d’ogni altra cosa, quelle parole spezzate dall’amarezza e gli occhi lucidi di quel padre mi rimarranno impresse nella memoria.

Ricorderete il caso dei diciotto dipendenti della ditta Pastore, impegnati nell’attività di ristorazione delle mense ferroviarie, licenziati in seguito alla mancata proroga dell’appalto per la gestione delle suddette mense (proroga che al contrario è stata concessa in tutto il resto della Sicilia). Che fine hanno fatto le promesse rivolte a questi diciotto, ormai disoccupati, che avrebbero dovuto garantire loro una soluzione al problema?

Maurizio Ballistreri, Segretario Provinciale della U.I.L., ci ha risposto: “La pratica per garantire la rioccupazione dei lavoratori licenziati, è stata avviata. Siamo in attesa che l’Ufficio del Lavoro riapra e definisca la questione nei tempi più brevi, per proseguire il servizio mense fino al 28 Febbraio. Se tutto procede nella giusta direzione, giorno 1 Ottobre gli ex dipendenti potranno ricominciare a lavorare, naturalmente non a pieno ritmo. L’orario di lavoro sarà ridotto a 24 ore settimanali”.

E i 42 lavoratori della società Consortile Aurora che si occupavano del servizio di carro-attrezzi?

“Il Comune ha inserito l’argomento all’interno delle recenti proteste di coloro che garantivano il funzionamento dei parcheggi a pagamento. Il Consorzio di cooperative che gestisce l’appalto è peraltro l’unico in gara . Dunque nel momento in cui si deciderà se riconfermare o meno tali cooperative, verrà automaticamente risolta la questione dei 42 lavoratori senza occupazione”.

A parte questi due casi specifici, ho chiesto a Franco Spanò, Segretario Provinciale della C.G.I.L., se potesse aiutarmi a fare un quadro della situazione generale riguardo appunto la penuria di lavoro nei vari settori del territorio messinese. “La disoccupazione è ovunque in aumento. Nel settore dell’edilizia il motivo principale è stata la chiusura dei cantieri per il completamento delle opere, e la mancata apertura di nuovi sbocchi dove poter rioccupare il personale. Molti cantieri sono bloccati: è il caso delle ditte che stanno svolgendo i lavori della rete tranviaria, dello stadio S.Filippo e degli svincoli. La Ferrofir, che si stava occupando della costruzione della galleria e del raddoppio della tratta ferrata Messina-Palermo , sta ancora attendendo fondi per il completamento dell’opera. Inoltre la legge sul risanamento pubblico non è ancora partita, e i meccanismi legati all’approvazione del piano regolatore si stanno mettendo in moto solo ora. Per quanto riguarda il settore industriale posso portare ad esempio la ditta che provvedeva alla produzione della Birra Messina, realtà ridimensionata per l’acquisto dello stabilimento da parte di una catena nazionale più estesa. I locali dello stabilimento sono oggi in stato di abbandono. Vi era anche un contratto stipulato tra l’amministrazione di Villafranca Tirrena e la ditta Pirelli. Ma anche in questo caso tutto è stato bloccato per carenza di spazi disponibili”.

Sa che molti esercizi commerciali sono stati costretti a chiudere. Cosa può dirci in proposito?

“Tutto nasce dalla mancanza di un concreto piano commerciale da parte del Comune. Non vi è, sul piano istituzionale, programmazione alcuna. I fallimenti degli esercizi commerciali sono sempre più presenti. Anche nel settore dei servizi vi è una grande precarietà di fondo”.

Sulle possibili soluzioni al problema ho interpellato Maurizio Bernava, Segretario Provinciale della C.I.S.L. “La risposta da parte dell’amministrazione è sempre la stessa: le vertenze hanno i loro tempi. E nel frattempo il lavoro se ne va! Siamo l’unica area metropolitana nazionale in cui lo smantellamento di unità lavorative è all’ordine del giorno. A Palermo il livello di disoccupazione era ugualmente alto ma si è intervenuti, grazie ad un dialogo tra le parti sociali e l’amministrazione centrale, a favore dello sviluppo di nuovi settori come quello informatico, controbilanciando così i settori in crisi. Ma Messina, a differenza del capoluogo regionale, non è una realtà governata”.

Cosa propone? “Creare un forum dove ci si possa confrontare tutti. Politici, amministratori, rappresentati sindacali devono unirsi per cercare di avviare giuste strategie di sviluppo necessarie ad evitare l’emergenza che è oggi presente in tutti i settori lavorativi. Evitare che Messina diventi un deserto. Continuando così nessun imprenditore esterno investirà le proprie risorse in un mercato che non gli offre alcuna reale attrattiva. Finchè la spinta politica sarà finalizzata ai soli interessi particolari, non si risolverà mai il gravissimo problema disoccupazionale cittadino”.

E nella perenne attesa delle vertenze e delle gare d’appalto, ancora una volta siamo noi i grandi esclusi.

C’era una volta…

C’era una volta la politica…

Quanta nostalgia abbiamo potuto riscontrare nei cittadini messinesi angosciati da una pletora di candidati affascinati dall’avventura elettorale, sedotti dall’idea di quel potere che da sempre ha infervorato gli animi!

Quartieri e famiglie in lotta tra di loro su di un palcoscenico che fa invidia alle migliori tragedie di Shakespeare.

Non sono solo le idee stavolta a dividere e far nascere accuse reciproche, bensì il sogno di un “posto” al sole, ben retribuito e decoroso. Sfidiamo chiunque a sapersi orientare fra tanti partiti (questa volta è proprio un record). Ma il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non doveva ridurre gli eccessi della partitocrazia ed il numero degli stessi gruppi politici? Cosa sta accadendo?

Probabilmente, lo diciamo con amarezza, sta avvenendo che le idee, le passioni civili, l’impegno politico stanno progressivamente cedendo il passo al personalismo più esasperato, alle ambizioni più smodate, e al qualunquismo più sfrenato. Ma vale la pena di sviluppare una considerazione: l’introduzione della preferenza unica è stata una vera riforma?

Possiamo constatare che con questo sistema il personalismo è stato portato ai suoi estremi, rompendo qualsiasi identificazione con il partito di appartenenza e le ragioni dell’identità politica. Il voto è il momento in cui il cittadino dovrebbe compiere una consapevole scelta politica e successivamente esprimere una preferenza tra i candidati. In realtà questo elementare principio democratico si è rotto, alterando gli equilibri, ed i termini della questione si sono invertiti: si sceglie prima il candidato e la conseguente scelta del partito è solo un optional.

Ritornando al punto di partenza: c’era una volta la politica. Senza la politica il citttadino perde un pezzo della propria sovranità, a tutto vantaggio di forze e poteri di varia natura che tentano di influenzare e condizionare la vita pubblica, in vista d’interessi non sempre coincidenti con quelli della collettività. Servono correttivi, modifiche sostanziali nelle regole del gioco, primo fra tutti l’introduzione di una scheda elettorale specifica per la scelta del sindaco, ed ancora la soglia di sbarramento dei partiti in competizione ed infine la reintroduzione (non so se mi è consentito esprimerlo) della preferenza multipla.

A proposito, in nome di quale democrazia si impedisce ad un cittadino incapace di scrivere di poter votare correttamente senza “aggeggini” vari (vedi stampini n.d.r.) ricorrendo ad esempio al numero, per manifestare una preferenza? L’impressione che se ne ricava è che in nome delle riforme e della modernità si sono introdotti contorti e perversi processi involutivi nella vita democratica, con il risultato di “aver gettato l’acqua sporca con tutto il bambino”. Non era questo l’obiettivo di milioni di uomini e donne di questo Paese che hanno, in buona fede, sostenuto la stagione dei referendum per le riforme istituzionali, e non dovrebbe essere neanche quello di chi oggi gode delle libertà che la lotta di quegli uomini gli ha servito su di un vassoio d’argento.

Non era certo questo lo scopo: vedere trasformate quelle che un tempo erano chiamate liste elettorali in quelle che oggi sono, nostro malgrado, delle nutrite liste di collocamento.

I soliti noti

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Gli stessi nomi. I soliti progetti. I medesimi errori.

Sembra quasi la dura legge dei “corsi e ricorsi” quella che vede protagonista Messina e le sue opere realizzate e da realizzare.

Qualcuno ricorderà che qualche tempo fa, quando il terrorismo era appannaggio particolare della mafia, a Palermo fu aperta un’inchiesta poiché i concorsi pubblici per gli appalti venivano vinti sempre dalle stesse ditte.

In vent’anni (dal 1970 in poi) tre o quattro ingegneri ed architetti erano riusciti a ricostruire praticamente l’intero capoluogo siciliano, favorendo i propri studi e guadagnando somme stratosferiche.

Le indagini portarono a scoprire un’impressionante catena tra imprenditori, tecnici e mafiosi che avevano in mano l’intera città e la controllavano a proprio piacimento.

Lo scalpore fu nazionale.

Perché vi richiamiamo alla memoria un episodio avvenuto un decennio fa?

La risposta è tanto rischiosa quanto doverosa.

Ci sembra che a Messina, da qualche anno a questa parte (ma forse da sempre, anche se tutto è rimasto sapientemente taciuto), i nomi delle ditte, degli ingegneri, degli architetti che girano nel settore, ed ai quali vengono affidati incarichi ed appalti appetitosi, siano sempre i medesimi. Se il lavoro di tali tecnici fosse esemplare, non sorgerebbe alcun dubbio sul perché siano sempre loro ad occuparsi delle costruzioni a Messina ed a vincere le relative gare.

Ma se i loro errori sono frequenti e talvolta paradossali, si tende a mettere quanto meno in dubbio l’affermazione che il merito dipende dal talento.

Ricordate quando si è divelto il manto autostradale nel tratto della ME-CT che in linea d’area è sito a livello del villaggio S. Lucia su Contesse?

Ebbene fu detto che era tutta colpa di chi aveva costruito l’autostrada senza le opportune analisi chimiche sui materiali utilizzati. Ma se le analisi fossero state fatte e volutamente ignorate per risparmiare sui prodotti utilizzati? Presentare un progetto, con un totale di costi e vincere per questo un appalto deve presupporre che poi si possa tener fede al prospetto dei costi presentato inizialmente.

Torneremo sulla questione più avanti.

Ricordate la polemica sulla costruzione delle pensiline del tram, di poco utilizzo visto che non coprono né dalla pioggia né dal sole e sono parecchio discutibili da un punto di vista puramente estetico? Ed ancora tutte le incertezze sollevate riguardo la costruzione di Villa Dante? Una volta presentato il progetto della Villa alcuni ingegneri esterni alla ditta vincitrice avevano avanzato numerose perplessità su alcune modalità di costruzione, prevedendo (solo per fare un esempio) la rottura di condotte d’acqua site al di sotto della struttura.

Queste voci non furono ascoltate, anzi la stampa non dedicò che poche righe alle proteste.

Ebbene dopo pochi anni dalla costruzione, tutte le nere previsioni azzardate da quel gruppo di professionisti si verificarono puntualmente.

E chissà cosa accadrà allo Stadio S. Filippo dopo che molte sono state le critiche riguardo la cava di roccia e sabbia sulla quale poggiano le gradinate e le tribune.

Dietro tutti questi progetti (e molti altri che per questione di brevità rimanderemo alle prossime settimane), ci sono sempre gli stessi nomi, le stesse ditte, gli stessi errori che puntualmente e comunque invece di venire puniti, vengono gratificati con varianti all’originario progetto ed ulteriormente e profumatamente ricompensate…

Perché?

Vi lasciamo con questa “pulce nell’orecchio” con la consapevolezza che ci sentiamo liberi da un peso avendo portato alla luce fatti altrimenti celati ai più.

Consapevoli altresì che stanotte, per qualcuno che leggendo si è riconosciuto, sarà forse una notte da “Innominato”…