Gli “Amici degli Amici”

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di Lameduck

C’è un equivoco di fondo, credo, dietro ogni episodio di dissenso in politica estera con gli Stati Uniti, come di recente nel dibattito pro o contro l’ampliamento della base militare americana a Vicenza o il rapimento Mastrogiacomo e riguarda la reale consapevolezza che noi italiani abbiamo della nostra sovranità limitata.
Siamo convinti di essere padroni in casa propria, di essere come i francesi o gli spagnoli che se vogliono possono dire no alle richieste del governo americano.
Eppure ogni volta che è successo qualcosa come Ustica, la strage del Cermis, l’assassinio di Nicola Calipari, tanto per citare i casi più noti, abbiamo solo avuto la riprova e la dimostrazione ultima di chi è il padrone in casa nostra.
E allora perché non lo si ammette una volta per tutte? Perché si fa finta di non capire?
Da De Gasperi in giù, fino a Prodi, si è sempre fatto come padrone comanda e allora il problema non è chi governa, che secondo i casi sarà apertamente amico degli americani oppure amico di nascosto per salvare le apparenze, il problema è come fare a diventare finalmente un paese sovrano che può permettersi di dire “no, stavolta non mi va” e di girarsi dall’altra parte.
Tutte le parti politiche, nessuna esclusa, di fronte al grande tabù della sovranità limitata, non perdono mai l’occasione di recitare il proprio ruolo nella commedia dell’arte e nel gioco delle parti.
Nella recente disputa sulla richiesta di allargamento della base di Vicenza, ad esempio, il governo di centrosinistra sapeva benissimo che doveva dire si perché non è lui che decide ma ha fatto finta di nicchiare e prendere tempo, tanto è abituato a tergiversare. L’ala estrema della coalizione, che era a perfetta conoscenza del fatto della sovranità limitata e sapeva che bisognava dire si perché non è Prodi che decide, ha fatto rumore e minacciato chissà quali sconquassi.
Il grande artista da avanspettacolo Berlusconi sapeva benissimo che il governo, il cui leader si è anche profuso in baci e abbracci con Kissinger e Olmert, doveva dire si perché non è lui che decide, ma ha fatto finta di non saperlo e ha interpretato il ruolo del “grande amico degli americani” che li difende in esclusiva e un tanto al chilo dal governo “non più affidabile”. Ha rispolverato il Carosone di “Tu vuo’ fa l’americano” e come bis ti ha fatto pure “maccarone, tu mi hai provocato e mo’ me te magno”.
Più recentemente per il caso Mastrogiacomo si è ripetuto il copione, con Massimo D’Alema nella parte del cattivo con i baffi e Condi in quella dell’incazzata che si sente tradita dall’omino Bialetti della Farnesina.
E’ questa presa in giro di noi italiani da parte della classe politica che mi disgusta. A me l’antiemetico, please.
E’ un paradosso e la cosa fa anche un pò di tristezza, ma l’unico che ebbe i coglioni di mandare gli americani a quel paese perchè stavano esagerando fu Craxi, durante la crisi di Sigonella, seguita all’episodio dell’Achille Lauro. Ma fu solo quell’unica volta e poi Bettino è finito molto male, come Moro che voleva addirittura portare i comunisti al governo il giorno stesso del suo rapimento. Tu guarda la sfiga!
La sovranità limitata e la sottomissione non c’entrano un piffero con l’amicizia e l’alleanza, che sono sentimenti che dovrebbero presupporre l’eguaglianza tra le parti. E non c’entra con l’antiamericanismo, che è solo un modo per cambiare discorso e non affrontare il problema.
Essa nasce nel 1943 dalla necessità di evitare che i comunisti, troppo rappresentati nelle file dei partigiani, andassero al governo a guerra finita ed è un prodotto della dottrina della Guerra Fredda. Roba vecchia. Sarebbe ora di dire: “Signori, la guerra è finita da un pezzo, il comunismo è crollato da quasi vent’anni, che ci fate ancora qui?”
Nessuno ha il coraggio di dirlo però. E perché? Perché, lo sanno tutti, dietro la salvezza dell’Italia c’erano anche altri interessi. Inoltre, non sapendo dare vere risposte di giustizia sociale in alternativa al socialismo, e in preda ad un delirio di conquista senza fine, il nostro sistema di democrazia da esportazione ha ancora bisogno dell’alibi dell’anticomunismo per sopravvivere. L’anticomunismo è un cadavere che viene tenuto in piedi come le mummie della cripta dei Cappuccini di Palermo viste in “Cadaveri eccellenti”, un morto vestito dei suoi vecchi stracci che spaventa ancora ma che è irrimediabilmente morto.
Conosciamo a memoria la frase cult dei cosiddetti liberali-liberisti: “gli americani ci hanno salvato dal comunismo”.
Dal comunismo forse ma non dalla Mafia. Ciò che i liberal-liberisti non dicono è il prezzo altissimo che abbiamo dovuto pagare per la salvezza dalle grinfie dei tovarishchi.
Si sa, il governo americano ha il vizio di farsi rappresentare all’estero da gente dalla quale non acquisteresti mai non dico un’auto, ma nemmeno una bicicletta usata, e in questo caso per rappresentare i loro interessi in terra italica scelsero fior di mafiosi come Lucky Luciano, liberato dal gabbio newyorchese dove scontava una pena per traffico di droga e inviato come ambasciatore privilegiato in Sicilia per catechizzare i padrini locali prima dello sbarco, come ricorda in questo articolo Andrea Camilleri
Si sa che la Mafia non fa mai favori per niente e così da cinquant’anni, vuoi che sia solo una coincidenza?, il nostro povero Sud è oppresso dalle cellule locali del cancro mafioso e le metastasi si sono estese sempre più oltre il Sud fino a contaminare i sepolcri imbiancati della finanza e dell’economia “pulite”. Grazie, avercene di amici ed alleati così.
Non c’entra un piffero l’antiamericanismo, che è solo un modo per tappare la bocca agli altri ed evitare le critiche. Bisognerebbe solo avere una classe politica in grado di costruire un rapporto veramente paritario con gli Stati Uniti. Ci vorrebbe anche un altro governo americano come auspicano tanti americani stufi di questi guerrafondai che mandano a morire i loro figli per un pugno di dollari, ma questo è un altro discorso.
Enrico Mattei in un’intervista raccontò l’episodio del gattino al quale i cani prepotenti non volevano far mangiare la zuppa. “Noi siamo stufi di essere come quel gattino”, disse il presidente dell’ENI, alludendo alle prepotenze che aveva dovuto subire dalle “Sette Sorelle” del petrolio, ovvero dai rappresentanti degli interessi americani.
Io aggiungo che sarebbe ora che noi italiani non fossimo più come
il gattino della foto, quello sotto a tutti gli altri. Senza finire male come Mattei.

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