C’era una volta…

C’era una volta la politica…

Quanta nostalgia abbiamo potuto riscontrare nei cittadini messinesi angosciati da una pletora di candidati affascinati dall’avventura elettorale, sedotti dall’idea di quel potere che da sempre ha infervorato gli animi!

Quartieri e famiglie in lotta tra di loro su di un palcoscenico che fa invidia alle migliori tragedie di Shakespeare.

Non sono solo le idee stavolta a dividere e far nascere accuse reciproche, bensì il sogno di un “posto” al sole, ben retribuito e decoroso. Sfidiamo chiunque a sapersi orientare fra tanti partiti (questa volta è proprio un record). Ma il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non doveva ridurre gli eccessi della partitocrazia ed il numero degli stessi gruppi politici? Cosa sta accadendo?

Probabilmente, lo diciamo con amarezza, sta avvenendo che le idee, le passioni civili, l’impegno politico stanno progressivamente cedendo il passo al personalismo più esasperato, alle ambizioni più smodate, e al qualunquismo più sfrenato. Ma vale la pena di sviluppare una considerazione: l’introduzione della preferenza unica è stata una vera riforma?

Possiamo constatare che con questo sistema il personalismo è stato portato ai suoi estremi, rompendo qualsiasi identificazione con il partito di appartenenza e le ragioni dell’identità politica. Il voto è il momento in cui il cittadino dovrebbe compiere una consapevole scelta politica e successivamente esprimere una preferenza tra i candidati. In realtà questo elementare principio democratico si è rotto, alterando gli equilibri, ed i termini della questione si sono invertiti: si sceglie prima il candidato e la conseguente scelta del partito è solo un optional.

Ritornando al punto di partenza: c’era una volta la politica. Senza la politica il citttadino perde un pezzo della propria sovranità, a tutto vantaggio di forze e poteri di varia natura che tentano di influenzare e condizionare la vita pubblica, in vista d’interessi non sempre coincidenti con quelli della collettività. Servono correttivi, modifiche sostanziali nelle regole del gioco, primo fra tutti l’introduzione di una scheda elettorale specifica per la scelta del sindaco, ed ancora la soglia di sbarramento dei partiti in competizione ed infine la reintroduzione (non so se mi è consentito esprimerlo) della preferenza multipla.

A proposito, in nome di quale democrazia si impedisce ad un cittadino incapace di scrivere di poter votare correttamente senza “aggeggini” vari (vedi stampini n.d.r.) ricorrendo ad esempio al numero, per manifestare una preferenza? L’impressione che se ne ricava è che in nome delle riforme e della modernità si sono introdotti contorti e perversi processi involutivi nella vita democratica, con il risultato di “aver gettato l’acqua sporca con tutto il bambino”. Non era questo l’obiettivo di milioni di uomini e donne di questo Paese che hanno, in buona fede, sostenuto la stagione dei referendum per le riforme istituzionali, e non dovrebbe essere neanche quello di chi oggi gode delle libertà che la lotta di quegli uomini gli ha servito su di un vassoio d’argento.

Non era certo questo lo scopo: vedere trasformate quelle che un tempo erano chiamate liste elettorali in quelle che oggi sono, nostro malgrado, delle nutrite liste di collocamento.

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